Il blog del mulo

Barriere (Denzel Washington, 2016)

Regia di Denzel Washington. Con Denzel Washington, Viola Davis, Stephen Henderson, Russell Hornsby, Mykelti Williamson, Jovan Adepo, Saniyya Sidney, Brandon Jyrome Jones, Dontez James, Mark Falvo, Kelly Moran

Titolo originale Fences. Drammatico, durata 138 min. – USA 2016

Una regia senza eccessi, al servizio del testo e dell’attore, un film che, come il blues, lascia la parola a una minoranza.

Netturbino nella Pittsburgh degli anni ’50, Troy Maxson combatte ogni giorno contro le ingiustizie sociali e i demoni interiori. Spirito indomabile e ciarliero, ha una moglie, un’amante, un amico inseparabile e due figli di cui non approva le vocazioni. Lyons suona il jazz e Troy canta il blues, Cory pratica il football e Troy gioca a baseball. Chiuso nel recinto che sta costruendo per Rose e in quello che ha innalzato nel cuore, Troy è un’onda implacabile che frange i suoi affetti. Inviso al figlio minore, a cui tarpa le ali per proteggerlo dalle discriminazioni razziali, e persuaso dall’amico a prendere una decisione sulla sua (doppia) vita, confessa alla moglie il tradimento e spalanca tra loro un abisso di dolore. Rimasto solo nel cortile del suo scontento, Troy ricompone i brandelli esistenziali e aspetta la morte.
Alla sua terza regia e coerente con una filmografia aderente a un gruppo sociale, a una coscienza politica, a una storia, a un territorio e a una forma artistica (Antwone Fisher, The Great Debaters – Il potere della parola), Denzel Washington realizza Barriere, adattamento della pièce di Auguste Wilson.
Pescato da “The Pittsburgh Cycle”, una raccolta di dieci drammi sul bisogno di emancipazione sociale della comunità afro-americana, Barriere come il blues lascia la parola a una minoranza. Minoranza a cui appartiene il protagonista, in conflitto permanente con la vita e alla ricerca di un’identità sociale. Alla maniera dell’opera originale, la trasposizione di Washington ha una portata universale ma infusa da una marca culturale esplicitamente afro-americana, il blues. Il blues aderisce al teatro di August Wilson come una trama che permette di stabilire un filo conduttore tra i differenti drammi del ciclo. Dieci storie per dieci canzoni che assumono il ruolo di guida spirituale e accompagnano i personaggi nella loro ricerca, sovente dolorosa, di un riconoscimento.
“Blue” è la canzone di Troy, ereditata dal padre collerico e violento e trasmessa al figlio e alla figlia che la cantano insieme nell’epilogo, omaggiando la memoria del genitore e riconoscendo nel medesimo ‘bene’ il legame fraterno. Se per Raynell è un canto che culla, per Cory è un gesto di perdono che gli permette di fare pace col padre e di avanzare nella vita. Chiave di lettura primordiale per avventurarsi nel dramma, la “Blue” intonata dall’attore annulla la distanza tra monologo e assolo. Il blues, indissociabile dal teatro di Wilson, è l’ultima risorsa a cui ricorre Troy per farsi intendere dai figli e dalla moglie, coro greco che replica e ammonisce la sua incontinenza. Incontinenza verbale che manipola e ingombra un cortile progressivamente svuotato e ridotto ai soli spettatori, che Denzel Washington affronta in camera.

Recensione di Marzia Gandolfi: https://www.mymovies.it/film/2016/fences/

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