Il blog del mulo

Gemma Bovery (Anne Fontaine, 2014)

Regia di Anne Fontaine. Con Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Isabelle Candelier, Niels Schneider, Mel Raido, Elsa Zylberstein, Pip Torrens, Kacey Mottet Klein, Edith Scob, Philippe Uchan, Pascale Arbillot, Marie-Bénédicte Roy, Christian Sinniger, Pierre Alloggia, Patrice Le Mehauté, Gaspard Beaucarne, Marianne Viville

Genere Drammatico – Francia, 2014, durata 99 minuti

Una commedia pudica che elude la frontalità, conservando lo spirito di Flaubert e combinandolo con l’umorismo britannico di Posy Simmonds

Da sette anni Martin Joubert ha lasciato Parigi per la provincia dove è convinto di aver trovato equilibrio e tranquillità. Panettiere nella panetteria paterna, Martin ha una grande passione per la letteratura, Gustave Flaubert su tutti. Sereno fino alla noia, Martin impasta e ascolta France Culture, che ‘legge’ “Madame Bovary”, il suo romanzo preferito. Tra il pane sfornato e una pagina sfogliata, il panettiere bobo ancora non sa che la vita può avere più fantasia della finzione. Di fatto, una coppia di inglesi si trasferisce in Normandia nella casa adiacente alla sua, lei si chiama Gemma Bovery, lui Charles Bovery. Sorpreso ed eccitato da quella coincidenza, Martin diventa assiduo frequentatore dei coniugi ma soprattutto fanatico ammiratore di Gemma che, bella e insoddisfatta, incarna l’eroina dei suoi sogni. Deciso a sapere di più di quella creatura precipitata dalle pagine di Flaubert, Martin ne spierà ogni respiro, disponendone il destino.
Un anno dopo Two Mothers, ritratto incrociato di due mamme e di un’amicizia esclusiva come l’amore, Anne Fontaine prosegue la sua indagine sul desiderio, adattando la graphic novel omonima di Posy Simmonds. Ambientato in Normandia, dentro un ‘teatro borghese’ circoscritto tra una panetteria, uno château e un vecchio casale, Gemma Bovery ruota intorno all’apparizione di una giovane donna inglese che ha nome e condotta flaubertiana. Almeno per Martin, lettore accanito di romanzi e già innamorato dell’amore, che in fondo non aspetta che un incontro, un’altra, un (s)oggetto che si presti a funzionare come tela sulla quale proiettare il proprio fantasma letterario. Gemma Bovery, inglese sul continente, è esattamente l’argilla con la quale modellare l’eroina immaginata dal proprio pre-sentimento. Un sentimento precostituito nell’immaginario del protagonista che non può non contribuire a determinare la forma stessa del suo sentire e che non può che renderlo prossimo alla Emma di Flaubert, più di quanto lo sia la Gemma dell’Arterton. La commedia di Anne Fontaine d’altra parte non è un adattamento del celebre romanzo francese ed è lontana da qualsiasi ambizione di illustrarlo. Certo Flaubert è onnipresente nel film come lo è dentro la vita di Martin ma Gemma Bovery non è propriamente flaubertiano, è piuttosto una commedia che conserva lo spirito di Flaubert e lo combina con l’umorismo britannico di Posy Simmonds, la scrittrice e illustratrice inglese che ha collaborato alla sceneggiatura con Pascal Bonitzer. E poi è la stessa Gemma a ribadirlo a gran voce, rivendicando il principio di realtà e il proprio sé (“Io non sono Emma Bovery, io sono io”), ricacciando il gioco di manipolazione di Martin, stanato dal suo ripiegamento romantico dalla forte carica istintuale della donna. Come Nettoyage à sec, Gemma Bovery incontra personaggi antagonisti e osserva il conflitto, anche sociale, che producono. La messa in scena, sempre lontana dall’essere radicale quanto i soggetti che la regista predilige, riconferma il suo cinema pudico che elude la frontalità, resta sempre a una distanza ragionevole dai corpi e dagli amplessi e si appoggia su attori e attrici credibili.
Davanti a Gemma Artertorn, vague erotica che aveva già investito gli uomini e la contea di Dorset nel film di Stephen Frears (Tamara Drewe), anche questo tratto da un romanzo grafico della Simmonds, c’è Fabrice Luchini, demiurgo e insieme vittima delle illusioni che lui stesso ha suscitato. Se il corpo di Gemma Artertorn, piena di un’eccedenza che seduce, incarna alla perfezione la forma morbida del cinema di Anne Fontaine, quello di Luchini rende plausibile la sua ossessione. A forza di contemplarla Martin si è persuaso che la sua vicina riproduca passo dopo passo il destino di Emma Bovary. Ma Gemma non finirà tragicamente, vomitando sangue nero come l’inchiostro di tutti i romanzi che Emma aveva letto, la sua ‘fine’ sarà piuttosto beffarda e inscritta tra la commedia coniugale e l’incidente domestico. Interprete magnifico Nella casa di François Ozon, dove assecondava l’immaginazione del suo allievo, in Gemma Bovery è lui stesso a provocarla e materializzarla, Fabrice Luchini è insieme punto di forza e punto critico del film, in cui ‘eccelle’ in un ruolo di maniera. Di nuovo personaggio misantropo e narciso, di nuovo dentro un modello di commedia popolare ingentilita e innalzata dai riferimenti alla letteratura accreditata, ieri Molière (Molière in bicicletta), oggi Flaubert. L’attore di Éric Rohmer (Le notti della luna piena), ormai disarmato e inoffensivo, spende qui tutta la versatilità, la bizzarria e l’istrionismo che determinano da sempre il suo charme. Nondimeno, in faccia agli inglesi che comprano casa in Normandia e l’arredano metà giapponese, metà Versace, il suo spirito inquieto esprime da solo la Francia, una Francia profonda e colta, magari un po’ altezzosa ma capace di cedere una volta di più alla vertigine della bellezza, al diario intimo di una donna sognata e ritornata subito chimera.

Recensione di Marzia Gandolfi: https://www.mymovies.it/film/2014/gemmabovery/

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