Il blog del mulo

I LUNEDÌ AL SOLE ( Fernando León de Aranoa)

Un film di Fernando León de Aranoa  con Javier BardemLuis TosarJosé Ángel EgidoNieve de Medina. Titolo originale: Los lunes al sol. Genere Drammatico – FranciaSpagnaItalia2002

Teso, vibrante, intenso. E terribilmente autentico. I lunedì al sole (trionfatore all’ultima edizione dei Goya, i premi nazionali della cinematografia spagnola, nella quale ha surclassato il miglior Almodóvar di sempre, quello di Hable con ella, conquistando i riconoscimenti più ambiti – miglior film, regia, attore protagonista, attore non protagonista e attore emergente – e il diritto di rappresentare la Spagna alla prossima edizione degli Oscar; ma prima ancora c’era stato il premio come miglior film nell’altrettanto importante Festival di San Sebastian), è un film scomodo e disturbante, un ritratto lancinante e doloroso nella sua intima verità, percorso da un profondo senso morale che non può fare a meno di tracimare da ogni inquadratura. Per quanto registrato sulle lunghezze d’onda della commedia e del dramma (amalgamati in un unico testo ondivago, che riesce a trovare un miracoloso equilibrio tra i due estremi), il terzo lungometraggio di Fernando León de Aranoa è innanzitutto un affresco sociale di raro acume e bellezza. Non un film “didattico” (nell’accezione più nobile del termine), alla Ken Loach o anche, tutto sommato, alla Laurent Cantet, ma uno spaccato di realtà postindustriale venato da crepe esistenziali, un melodramma proletario, somma eresia che forse il solo Fassbinder (e in parte, ultimamente, i Dardenne) ha osato mettere in scena.
Un pugno di uomini, operai presso un cantiere navale in una ben poco ridente cittadina del Nord della Spagna, privati del loro posto di lavoro ed emarginati a causa della loro militanza sindacale, si barcamenano, fra ironia, rabbia e disperazione, nelle secche di un lavoro precario che non c’è, di un’assistenza sociale che non assiste, di famiglie ridotte a brandelli e un futuro nebuloso a fare da contraltare ad un presente in apnea. Alcuni di loro, come Santa, reagiscono con bilioso, sordo rancore all’impotenza e all’inanità soffocate che li avvolgono; altri, come Lino, affrontano, tra lo stoico e il titubante, l’incombenza di dover ricominciare daccapo, fra colloqui di lavoro riservati a persone troppo più giovani di loro e la paura di non farcela che fa tremare le mani e sudare freddo (meravigliosamente fantozziana, nella sua tragicità, la sequenza in cui Lino, dopo essersi tinto i capelli per apparire più giovane ad un colloquio di lavoro, comincia a sudare copiosamente in sala d’aspetto, facendo sciogliere la tintura in piccoli rivoli scuri che gli scendono dietro l’orecchio); altri ancora, come José, desidererebbero soltanto recuperare quella serenità coniugale che sembra ormai perduta, ma si ritrovano a scontrarsi frontalmente con l’utopia dei loro desideri e la debolezza della loro volontà. Quella di de Aranoa non è un’umanità allo sbando: troppo comoda e facile come soluzione, troppo didatticamente semplicistico come scioglimento; si tratta piuttosto di una galleria di sconfitti e irredenti, tenacemente aggrappati con tutte le loro forze agli squarci di dignità che si aprono dalle ferite delle loro esistenze, animati da uno spirito feroce e dissennato, da una disperata gioia di vivere che non intende scendere a patti con lo squallore e la pietà di cui sembrano nutrirsi i loro giorni tutti uguali, i loro lunedì passati distesi su di uno scoglio, sotto un pallido sole, a fantasticare di un altrove (l’Australia, agli antipodi della Spagna, circa dieci volte più grande ma con meno della metà della popolazione) dove tutto funziona a meraviglia, c’è lavoro e terra per tutti, e le cose sono l’esatto contrario di come sono in questo emisfero; un’umanità che urla al mondo e a se stessa tutto il proprio disagio, senza chiedere compassione per se stessi, né invocare effimeri soccorsi. Gli uomini di de Aranoa non si piangono addosso, anche perché non ne hanno il tempo, presi come sono dall’incombenza di sopravvivere.
Film quieto e controllato, I lunedì al sole, che lascia trasparire la veemenza dell’assunto su cui poggia facendo leva sui volti degli attori e sulla loro mimica facciale; di qui, l’abbondanza di primi piani che punteggiano la messa in scena come marche di un discorso segnato dall’idea della prigionia sociale, dell’oppressione del lavoro ad ogni costo, del disadattamento e dell’emarginazione di una classe operaia lontana dal Paradiso, che non riesce più a stare al passo con i tempi, costretta a confrontarsi con una forza-lavoro nuova, rampante e disposta a tutto (nel film dei fantomatici coreani che hanno rilevato il cantiere, provocando la riduzione del personale indigeno; da tale evento prende il via lo sciopero sulle cui videoimmagini sgranate si apre il film). La cartografia dei volti, tutti fortemente caratterizzati a livello fisiognomico, è la cifra stilistica del film: de Aranoa possiede il raro pregio di saper ancora dare un senso ad un semplice campo-controcampo, di saper donare un ritmo interno, quasi una pulsazione cardiaca, ad un’inquadratura fissa, tenacemente incollato agli impercettibili smottamenti che percorrono i volti dei suoi personaggi. A giovarsene, va da sé, sono soprattutto gli attori, in particolare uno straordinario, debordante Javier Bardem, il quale mette al servizio del personaggio di Santa, la sua imponente fisicità, appesantita da qualche chilo messo su per l’occasione e offuscata da una folta barba nera che gli incornicia il volto: un mirabile lavoro di mimesi, che agevola l’adesione somatica alla dimensione caratteriale del personaggio; ma soprattutto una prova d’attore di rara intensità, che consacra Bardem (più delle precedenti, sopravvalutate prove offerte nei film di Julian Schnabel e John Malkovich, che lo hanno reso una star internazionale) come uno degli interpreti più dotati della sua generazione. Attorno a lui si muovono un gruppo di altrettanto efficaci coprotagonisti, ciascuno a suo modo segnato da una sofferenza sotterranea e inconfessata, messa generosamente al servizio dello sguardo di un regista-complice pronto a registrare ogni minima vibrazione emotiva, per poi allargarsi all’improvviso sull’insieme, squarciando l’inquadratura con taglienti spettri di architetture postmoderne, fra stabili fatiscenti e cantieri fantasma.
Meritatamente applaudito, pressoché all’unanimità, da pubblico e critica, I lunedì al sole è un’opera rara e preziosa, un film che riesce a colpire nel segno nei suoi intenti di denuncia, senza per questo rinunciare al lirismo della messa in scena (notevole in tal senso l’apporto delle ottime musiche di Lucio Godoy) e al giusto pathos del racconto; a trentacinque anni di età, Fernando León de Aranoa può orgogliosamente vantarsi di essere riuscito a portare il suo cinema là dove Ken Loach non è riuscito ad arrivare in trentacinque e passa anni di carriera: nel territorio in cui l’esigenza, l’urgenza, l’intima necessità dello scandaglio sociale (il che non equivale a dire sociologico, per fortuna) si sposa con il romanzo esistenziale di figure finalmente redente dalla loro esemplarità archetipica e restituite a quello spessore di uomini a tutto tondo (slabbrati, imperfetti, contraddittori) che gli compete. Quando Marx incontra Sartre…

commento visibile quì:

https://www.mymovies.it/film/2002/ilunedialsole/

tres, che fresco di vaccinazione anti Covid non manca di maledire il solito ignorante Speranza! Una volta c’era Tonininelli, era meglio!

3 replies to “I LUNEDÌ AL SOLE ( Fernando León de Aranoa)

  1. Tres, lasciamolo dov’è Tontinelli… credimi.
    Qui da noi lo si conosceva ancora prima di diventare ministro e ti posso dire che ….
    …mah, meglio non dire.
    Sempre grazie,
    Ezio

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