Il blog del mulo

I pugni in tasca (Marco Bellocchio, 1965)

Regia di Marco Bellocchio. Con Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Pierluigi Troglio, Irene Agnelli, Jeannie McNeil, Liliana Geraci, Gianni Schicchi, Stefania Troglio, Mauro Martini, Alfredo Filippazzi, Celestina Bellocchio, Gianfranco Cella, Sandra Bergamini, Lella Bertante, Tino Mulinari

Genere Drammatico – Italia, 1965, durata 107 minuti

Un macigno gettato nello stagno del perbenismo di facciata dei movimenti del ’68

Quattro fratelli vivono in una grande villa di famiglia sulle colline del Piacentino con la madre cieca. Augusto, il maggiore, è l’unico ad avere un lavoro. Giulia ne è morbosamente innamorata. Gli altri due sono Leone, affetto da ritardo mentale e Ale dal carattere nevrotico e solitario. Sarà quest’ultimo a far saltare i già precari equilibri familiari.
All’epoca dell’uscita del film in Francia (1966) Jean De Baroncelli scrisse su “Le Monde”: “Attaccando direttamente la cellula familiare, che è in Italia la meglio protetta e la più rispettata di tutto il corpo sociale, denunciando con una violenza sbalorditiva la commedia dei buoni sentimenti che regge le relazioni tra i genitori e i figli e dei figli tra di loro, Marco Bellocchio si rivolta anche contro tutte le altre convenzioni, morali, religiose e borghesi che soffocano i suoi eroi”. Questo fu l’effetto che esercitò all’uscita il film d’esordio dell’allora ventiseienne regista.
Di famiglie più o meno minate al loro interno da elementi disgregatori e da ipocrisie nel frattempo ne sono passate innumerevoli sullo schermo ma quello di Bellocchio fu, più che un sasso, un macigno gettato nello stagno di un perbenismo di facciata che i movimenti del ’68 (già vicino) avrebbero ulteriormente messo a nudo. Con questo non si intende affermare che il personaggio di Ale sia l’avanguardia della rivoluzione. Il suo è un ribellismo anarchico che contiene in sé quei germi ma che non sa ancora come gestirli. Insieme a Giulia, dopo la procurata morte della madre, brucia la collezione della rivista “Pro Familia” e altri oggetti appartenuti alla genitrice della cui presenza pensa di essersi così definitivamente liberato ma questo non è sufficiente. L’epilessia, da cui è affetto, sembra poterne giustificare gli eccessi tanto da consentire ad alcuni recensori dell’epoca di rifugiarsi nella lettura del film come in quella di un ‘caso clinico’.
Ma I pugni in tasca fin dal titolo andava oltre le classificazioni schematiche (ivi compresa quella di un pamphlet politico) perché in quella violenza trattenuta ma pronta ad esplodere Bellocchio descriveva una generazione che in modo ancora velleitario stava acquisendo la consapevolezza della necessità di uscire dagli angusti limiti di un’istituzione familiare priva di modelli positivi a cui riferirsi. Il valore del film sta quindi non tanto in quanto mostra ma in quanto sottintende. Ale è affetto da pulsioni di odio-amore nei confronti della genitrice da cui cerca sicurezza nel momento stesso in cui ne ha appena deriso i riti. “Come sono infelice” è il grido di ricerca di aiuto che riesce a pronunciare ma nessuno, fino alla fine, è in grado di ascoltarne veramente l’intimo significato.

Recensione di Giancarlo Zappoli: https://www.mymovies.it/film/1965/ipugniintasca/

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