Il blog del mulo

Il rito (Ingmar Bergman, 1969)

Regia di Ingmar Bergman. Con Ingrid Thulin, Gunnar Björnstrand, Erik Hell, Andres Ek, Ingmar Bergman

Titolo originale: Riten. Genere Drammatico – Svezia, 1969, durata 72 minuti

Un opera di una densità quasi asfissiante che suscita continuamente disagio e incomunicabilità

Tre attori d’avanguardia, Hans e Thea, sposati, e Sebastian, amante della donna, sono convocati dal giudice Ernst Abrahamsson, preposto ad indagare sulla presunta oscenità del loro spettacolo teatrale. Procedendo per dialoghi tra l’uno e l’altro, atti a svelare rapporti e personalità di ognuno, si arriva alla finale richiesta del magistrato di riproporre in aula la scena incriminata.
La messa in onda di questo esperimento televisivo di Ingmar Bergman, in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca, venne introdotta da un video in cui lo stesso regista esortava: «tutte le persone anche minimamente impressionabili a non guardare, e a leggere un buon libro». Si tratta, infatti, di uno dei suoi lavori più disturbanti, di una densità quasi asfissiante, non solo per la scelta di girare completamente in interni, ma per un continuo suscitare disagio e incomunicabilità, nel presente della narrazione, cui si associano, chiarissime, le proiezioni passate di vite colme di frustrazioni e solitudini. Girato in soli nove giorni dopo una settimana di prove, è un’opera violenta, scontrosa e austera, che riporta all’attenzione dello svedese la libertà del gesto artistico contro ogni censura di poteri politici o sociali. Paragonabile, per questo motivo tematico, soprattutto a Il volto o anche al precedente Una vampata d’amore così come al tardo L’uovo del serpente, palesa da subito un’urgenza espressiva paradossalmente spalleggiata dalle ristrettezze della produzione televisiva. Con una struttura scandita in nove scene, la prima e l’ultima interpretate da tutti e quattro gli attori, le altre da coppie degli stessi, procede sul filo di una lama di rasoio grazie ad una forza interlocutoria capace di tenere desta l’attenzione ad ogni momento. Aggressivo e persino fastidioso nella sua volontà di non concedere respiro, Il rito è un altro tentativo del cineasta di mettersi in scena per interposta persona, questa volta diviso nelle tre sfaccettature incarnate dai commedianti: «Più o meno coscientemente, ho distribuito me stesso in tre personaggi. […] È soltanto nella tensione fra i tre vertici del triangolo che può nascere qualcosa. C’era un ambizioso tentativo di sezionare me stesso, per raffigurare come io in realtà funzionassi». (Ingmar Bergman, Immagini, Garzanti, p. 154).
Criptico e volutamente simbolico, il film si fregia in realtà di un quinto personaggio, cui non sono attribuite battute, quello di un prete intento ad ascoltare la confessione del magistrato. Forse per rincarare la natura personale di tutta l’opera, Bergman scelse di interpretarlo in prima persona.

Recensione di Marco Chiani: https://www.mymovies.it/film/1969/ilrito/

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