Il blog del mulo

Il tamburo di latta (Volker Schlöndorff, 1979)

Regia di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Pagé, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner

Titolo originale: Die Blechtrommel. Genere Drammatico – Germania, Francia, 1979, durata 142 minuti

La storia di un bambino prodigio che rimane piccolo in mezzo ai giganti. Vincitore del 32° festival di Cannes e premio Oscar nel 1980 per il miglior film straniero

Un bimbo prodigio, che possiede inspiegabili poteri, decide di non crescere per reagire all’insulso mondo degli adulti. Ridicolizza una parata nazista antecedente allo scoppio della guerra; poi vive i momenti tragici del conflitto in cui perde un cugino, la madre e il padre (lui stesso ne ha provocato la morte all’invasione sovietica).

Danzica, anni ’20. Nel giorno del suo terzo compleanno il piccolo Oskar Matzerath, figlio di Alfred e Agnes, riceve in regalo un tamburo di latta: da quel momento Oskar decide di smettere di crescere e di non separarsi mai più dal suo tamburo, che porta sempre con sé. Nel corso degli anni successivi, Oskar assisterà all’ascesa del nazismo, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e alla morte dei propri genitori.
Diretto dal regista tedesco Volker Schlöndorff, Il tamburo di latta è la versione cinematografica del celebre romanzo dello scrittore Günter Grass, considerato uno dei capolavori letterari del Novecento e adattato per il grande schermo dal regista stesso insieme a Jean-Claude Carrière e Franz Seitz. Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1979 e del premio Oscar come miglior film straniero, Il tamburo di latta è ambientato nella città polacca di Danzica fra il 1924 (l’anno di nascita del protagonista) e il 1945, e ripercorre uno dei periodi più cupi e drammatici della storia contemporanea attraverso gli occhi del piccolo Oskar Matzerath, nato in una famiglia della media borghesia e silenzioso testimone della follia collettiva che, nell’arco di pochi anni, condurrà l’Europa sull’orlo dell’abisso.
La sceneggiatura del film restituisce anche sullo schermo il carattere frammentario e barocco del complesso romanzo di Grass tramite una struttura narrativa suddivisa in diversi episodi, che illustrano ciascuno a proprio modo il percorso del personaggio principale, Oskar, interpretato dal prodigioso dodicenne David Bennent (figlio dell’attore Heinz Bennent), nel cui sguardo sbarrato si possono leggere tutta l’angoscia e l’orrore di un bambino di fronte alle atrocità del mondo degli adulti. E infatti il suo rifiuto di crescere rappresenta, in chiave metaforica, il desiderio di estraniamento del protagonista dalle mille ipocrisie quotidiane che lo circondano, oltre che la sua arma di difesa dalle insormontabili difficoltà dell’esistenza. Mentre il mondo intorno a lui va in pezzi e una tragedia di proporzioni incalcolabili incombe minacciosa, Oskar continua a battere sul suo prezioso tamburo e a urlare disperatamente contro chiunque tenti di portarglielo via. L’innovativa regia di Schlöndorff alterna continuamente i registri del comico e del grottesco, miscelando con disinvoltura i toni della commedia e della parodia con quelli del dramma (la morte della madre Agnes, l’assalto dei tedeschi alla Posta Polacca) e recuperando, in più di una sequenza, la dimensione onirica e surreale della storia (come nella bizzarra scena della nascita di Oskar). In questo modo, la pellicola riesce a trasmettere allo spettatore lo spirito satirico e corrosivo alla base dell’opera di Grass, sebbene risenta di una lunghezza forse eccessiva e di qualche discontinuità, soprattutto nella seconda parte. La forsennata protesta del piccolo Oskar, che preferisce restare nel corpo di un bambino e gridare al mondo la propria rabbia, terminerà soltanto nel finale, fra le rovine della guerra, quando il protagonista accetterà di separarsi dal suo tamburo per seppellirlo insieme al padre e riprenderà a crescere verso una dolorosa maturità.

Recensione di Stefano Lo Verme: https://www.mymovies.it/film/1979/iltamburodilatta/

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