Il blog del mulo

Lo spietato (Renato De Maria, 2019)

Regia di Renato De Maria. Con Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco, Alessio Praticò, Alessandro Tedeschi (II), Marie-Ange Casta, Valentine Payen, Fulvio Milani, Matteo Leoni, Fabio Pellicori, Fortunato Verduci

Genere Drammatico, – Italia, 2019, durata 107 minuti

Una saga di criminalità milanese con protagonista un boss “calibro 9”. Di originale c’è poco, ma ritmo, messa in scena e interpretazioni funzionano

Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la ‘ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l’idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un’artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero…
L’evoluzione della criminalità a Milano dagli anni 60 agli anni 90, dalle bande di rapinatori e sequestratori, fino all’edilizia e alla droga, viene raccontata attraverso l’epopea di un camaleontico e ambizioso meridionale. Niente di nuovo sotto il sole, ma le interpretazioni, la messa in scena e il ritmo funzionano.
Santo entra in scena mentre guarda i riflessi del sole sulla “madunina” del Duomo di Milano, dal balcone del suo appartamento di lusso, in vestaglia e gambe volgarmente aperte a mostrare pacco e mutande. Un accostamento ironico e blasfemo, che vede nella statua sacra prima di tutto l’oro e la ricchezza, un obiettivo per cui Santo è disposto a trasformarsi.
La prima parola che gli sentiamo dire, nel prologo ambientato nel 1990, è “testina”, come fosse Guido Nicheli in un film dei Vanzina, ma già nel 1967, quando si è appena trasferito a Buccinasco, lo sentiamo rispondere a un macellaio con «Va a dà via i ciap cun vèrt l’umbrela!», parole tutt’altro che facili da padroneggiare per un calabrese. Metteteci pure che il suo racconto in voice over ricorre ciclicamente a «Ça va sans dire» e avrete un quadro di quanto Sandro sia una sorta di spugna linguistica, che usa espressioni e parole per darsi un tono e mimetizzarsi in un ambiente come un predatore pronto a colpire a sorpresa. Lo fa però sempre con una certa autoironia, raccontando la sua storia con toni vagamente picareschi, popolandola di personaggi piuttosto buffi, dal robusto malavitoso soprannominato Slim, ossia smilzo «anche se magro non lo era mai stato», all’altro suo socio baffuto che mastica chewing gum e per dire di affrettarsi durante un colpo se ne esce con «Dai che facciamo tardi alla messa!».
La vitalità di questo trio criminale anima la prima parte del film, quella più risaputa eppure più riuscita. Giocando con la nostalgia e le citazioni del poliziottesco, il regista Renato De Maria esplora non solo Milano ma pure la Lomellina con una rapina a Mede, catapultando i suoi coloriti personaggi in un ambiente grigio che deve ancora conoscere la ricchezza e il lusso. Ci si arriva nella seconda parte del film, dove però la narrazione si fa episodica e altalenante, almeno finché non se ne impossessa la moglie di Santo, interpretata dalla brava Sara Serraiocco.

Recensione di Andrea Fornasiero: https://www.mymovies.it/film/2019/lo-spietato/

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