Once we where strangers (Emanuele Crialese, 1997)

Regia di Emanuele Crialese. Con Vincenzo Amato, Lynn Cohen, Anjalee Deshpande, Lou George, Alisha McKinney, Ajay Naidu, Susan Mitchell

Titolo originale: Strangers. Genere Commedia – USA, Italia, 1997, durata 96 minuti

Antonio e Apu vivono a New York inseguendo il sogno americano. La vita di Antonio è segnata dall’incontro con Ellen, una speaker radiofonica che per lavoro deve andare a Parigi. Apu invece deve fare i conti con l’arrivo di Devi, la sposa sconosciuta che i genitori hanno scelto per lui dall’infanzia. La New York del primo lungometraggio di Crialese ha le tonalità brumose del romanticismo sepolcrale. Una sospensione, una malinconia e una ricerca che non trova quiete accomunano i due protagonisti. Antonio è un cuoco che viene licenziato per essersi rifiutato di cucinare una carbonara con l’aglio e Apu, l’amico indiano, fa da cavia in un laboratorio. I tentativi di integrarsi nella logica americana diventano per entrambi grotteschi e spietati. La ricerca della propria identità per Antonio non avviene nel lavoro ma nell’incontro con Ellen, la ragazza che ha qualcosa di Leonardo. Ma questa Leda col cigno, una volta raggiunta, diviene fuggevole. Col tempo viene a manifestarsi una dissonanza con l’ambiente anche per Apu che invece ce la mette tutta per essere americano. L’arrivo di Devi, sradicata dall’India e trapiantata negli Usa, per giunta nell’oscurità di un sottoscala, segna lo spettro di tradizioni perdute e rinnegate.
Il film ricorda in molti passaggi Pane e cioccolata di Brusati, dove un giovane Manfredi da cameriere diventava spennatore di polli, costretto a vivere in un pollaio, in una Svizzera disumana, arrivando a sbiondirsi i capelli e a tifare Germania per essere rispettato e non sembrare italiano. Una scelta simile toccherà a Devi ma, fatta una permanente dal parrucchiere e occidentalizzata, renderà palese a se stessa e ad Apu il volto triste dell’omologazione e della perdita d’identità. Crialese apre uno squarcio su una particolare condizione umana, quella dello sradicamento, dentro il disagio e il conflitto tra l’affermazione personale e l’abiezione lavorativa.
La mestizia, il grido silente e il senso di una privazione indefinibile strappano la pellicola dalla consueta definizione di commedia, così come era accaduto per il film di Brusati del ’74.

Recensione di Andreina Sirena: https://www.mymovies.it/film/1997/oncewewerestrangers/

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